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News - Area Individuo

Il senatore Jci Massimo Orlando (Trieste), neodirettore dell'Istituto di Formazione della Junior Chamber Italiana, racconta l'esperienza del master "La crescita dell'imprenditore, dal linguaggio alla comunicazione efficace", promosso dal Lom Varese in collaborazione con l'Api e finanziato dal Fondo sociale europeo 

Nota: aggiornato con foto

Quante volte nella nostra vita ci siamo lamentati del fatto che «gli altri non ci capiscono»? Chi non ha mai detto o pensato una frase del genere negli ultimi due anni alzi pure con innocenza la propria mano, ma sappia che a tutti noi, “poveri mortali”, rimarrà un forte dubbio sulla sincerità di quel gesto. Mogli, mariti, colleghi, superiori, clienti o semplicemente amici rappresentano infatti una variegata categoria di “altri” che sembrano spesso reagire alle nostre parole in maniera del tutto irrazionale. Un semplice «Cara, potresti spegnere la luce?», talvolta ottiene risposte insensate ed esplosive del tipo «ecco, sei il solito! Mi accusi sempre di gettare i soldi dalla finestra». Eppure in quel momento noi desideravamo solo che la luce venisse spenta. L’insensatezza della situazione è però solo apparente in quanto, se andassimo a verificare a fondo il processo comunicativo appena svoltosi, troveremmo mille ragioni perfettamente logiche per giustificare quella reazione.

 

La difficoltà nelle relazioni interpersonali in un’era che si sta sviluppando all’insegna della comunicazione stessa è infatti uno dei grandi paradossi che il nostro mondo sta vivendo. Nasciamo con grandissime potenzialità (un neonato è un grado di far correre un’intera famiglia al primo vagito), cresciamo circondati da immagini e messaggi, ma finiamo ben presto per perderci per strada in un bailamme di parole e di briefing relazionali che non hanno, però, la forza per raggiungere gli esatti obbiettivi che le nostre intenzioni si ponevano. Parliamo senza comunicare e soprattutto ascoltiamo le persone senza prestare la giusta attenzione. Questo possiamo sperimentarlo in famiglia, sul lavoro o in qualsiasi attività legata alla comunicazione umana. Soprattutto nel campo lavorativo queste difficoltà possono creare spiacevoli disagi e rappresentare un notevole costo occulto per la struttura. Non disperatevi però. Migliorare è sempre possibile! Se siamo predisposti naturalmente a metterci in relazione con gli altri, allora è un po’ come essere andati da piccoli in bicicletta: basta un nonnulla per riprendere anche da grandi la giusta pedalata.

 

«La crescita dell’imprenditore, dal linguaggio alla comunicazione efficace» è stato quindi lo spunto colto dall’Associazione delle Piccole Industrie di Varese e dalla Junior Chamber di Varese per organizzare un master finanziato dal Fondo Sociale Europeo e indirizzato ad imprenditori, liberi professionisti e collaboratori d’azienda con l’intento di migliorarne le capacità comunicative sia a livello interpersonale, sia a livello di public speaking. Quaranta ore di corso che si sono articolate nei mesi di novembre e dicembre e del quale ho avuto l’onore di essere … l’animatore. «Ma una volta – mi rammenta spesso mia moglie, inarcando con sospetto un sopracciglio– non si diceva formatore?». Sì, ogni volta devo ammettere che ha ragione: il termine corretto sarebbe formatore o, meglio ancora, docente come è indicato sul registro delle presenze. Spesso, però, questo termine fa pensare a ore d’aula passate a sentire parlare una persona senza potersi alzare da una poltroncina che diventa sempre più scomoda ed a un foglio che si riempie inesorabilmente di scarabocchi.

 

E il divertimento dove lo mettiamo? Per gli adulti la formazione deve essere di sicuro apprendimento di nuove conoscenze o il rimodellamento di conoscenze già acquisite, ma dove ciò sia possibile dovrebbe essere anche una esperienza piacevole e creativa. Se chiedo a mio figlio «vuoi un pezzo di pane o vuoi il pane con la cioccolata?» con la concretezza tipica di chi ha sette anni opterà immancabilmente per la seconda soluzione. Perché gli adulti dovrebbero essere differenti? Parlare di comunicazione è sicuramente piacevole, stimolante e utile, ma se il concetto appena sviluppato grazie alla discussione del gruppo sarà poi messo subito alla prova con un “gioco di ruolo” nel quale i partecipanti dovranno utilizzare le nuove capacità apprese per acquisire il risultato prestabilito, oppure con una simulazione di public speaking nella quale dovranno interpretare un brano a caso interpretandolo “come se” fossero un prete, un carabiniere, un dirigente d’azienda o un innamorato, allora l’apprendimento sarà di sicuro più stimolante e per definizione, più duraturo.

 

«Comunicare con efficacia?». Mia moglie a questo punto mi richiamerebbe all’ordine temendo una delle mie solite filippiche pro formazione: «come potresti sintetizzare l’intero corso di quaranta ore per fare capire di cosa si è parlato con gli amici Junior di Varese?». Bella domanda, alla quale dovrei saper rispondere! Ed infatti rispondo «Consapevolezza sensoriale, responsabilità, flessibilità e creatività».

 

La “consapevolezza sensoriale” è necessaria per essere in grado di utilizzare tutte le armi che la comunicazione ci mette a disposizione al di la della logica delle mere parole. Sia per migliorare l’efficacia del nostro messaggio, sia per comprendere il vero senso del messaggio che il nostro interlocutore ci sta inviando. La “responsabilità” è un concetto legato al nostro voler conseguire un risultato nella comunicazione: se tale risultato deve essere conseguito la responsabilità del messaggio deve essere mia e non dell’interlocutore che lo riceve. Da qui discende il concetto di “flessibilità” in quanto se vogliamo che il nostro messaggio raggiunga i risultati desiderati e sentiamo forte la nostra responsabilità allora dobbiamo mettere al centro del nostro interesse l’interlocutore. Essere flessibili significa “saper parlare a tutti nella loro personalissimo codice e non nel nostro”. La “creatività”, infine, è lo strumento che ci può permettere in ogni campo della comunicazione (lavorativa e non) di distinguerci e soprattutto non annoiare i nostri interlocutori.

 

«E la brevità – incalzerebbe mia moglie – dove la metti?». Come sempre ha ragione, la brevità è un’altra delle “dorate qualità” di un comunicatore efficace e se dovessi proseguire ulteriormente in questo articolo probabilmente perderei un poco della mia credibilità di comunicatore. Ma un buon intervento va concluso sempre con un “invito all’azione” che lasci un segno emotivo nell’audience. La morale sta, come sempre nel buon senso: comunicate sempre con gli altri e sforzatevi sempre di capire ciò che gli altri stanno tentando realmente di comunicarvi. E soprattutto non fidatevi mai di chi vi dice che “comunicatori si nasce” perché a furia di sentirvelo dire potreste anche finire per crederci!

 

Per il resto vi do appuntamento pertanto ad un altro dei favolosi corsi organizzati dalla Junior Chamber Italiana … magari proprio con gli amici di Varese!

 

(Nelle foto: Orazio Ricca, Federica Centenaro e Sandro Orsi, tre nuovi soci del Chapter Varese che hanno frequentato il master di Massimo Orlando).

 

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Massimo Orlando

 

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